Prosopagno...sia!

Nel mio primo post in questo blog, volevo affrontare un tema, estrapolato da una canzone dell'ultimo album di Caparezza "Prisoner 709". 


Prosopagnosia è la prima canzone, o capitolo dell'album, "il reato", infatti, ogni pezzo racconta una riflessione del cantante.
Il concetto che mi ha colpito di più è:

 "Non mi riconosco più, Prosopagnosia, sto cantando, ma il mio volto non è divertito, quasi non capisco più quale brano sia, ogni volta mi riascolto e sono risentito. Un video di chirurgia ricorda a me stesso che può essere sgradevole guardarsi dentro, fino a diventare oggetto del proprio disprezzo e dire sono io sputato quello nello specchio".



Prosopagnosia, l'incapacità di riconoscere i volti, nei casi peggiori, di distinguere il proprio volto. In questo caso, per Caparezza, come dice in varie interviste, l'incapacità di riconoscere sé stesso. 
"Qualcosa sta bloccando l'ingranaggio": l'acufene. Se ne è parlato tanto del disturbo acustico con cui Caparezza convive dal 2015, come se fosse un coinquilino fastidioso e indesiderato.
La prigione è stata istituita proprio dall'acufene che l'ha portato a un'autoanalisi. 
In tutto l'album ritorna insistentemente la frase, cantata da John De Leo: "If I look at my face, I don't recognize it", ovvero se guardo il mio viso, non lo riconosco".

Non solo non riconosce sé stesso, ma anche i suoi brani, il frutto della sua carriera, del suo lavoro, ciò per cui ha dedicato anni e anni di ispirazione e tempo della sua vita. 

Risultati immagini per caparezza allo specchioCantavo per fuggire dal mondo in un solo slancio, ora che cantare è il mio mondo, ne sono ostaggio! 

                                           

A volte si rimane ingabbiati in un ruolo, un personaggio, o peggio, in una identità. Impossibile non chiedersi: e se avessi fatto altro?
Ma cosa è un'identità? Cos'è un ruolo?
Chi lo sceglie? Perché si sceglie una cosa rispetto a un'altra?
Forse non è importante la risposta, ma l'atto stesso di pensare a tutto questo: l'autoanalisi. 
Un bisogno atavico dell'uomo è quello di farsi domande, di illudersi, di sognare, di pensare a come raggiungere obiettivi, come costruirsi una personalità, un'identità, appunto. 
La ricerca di noi stessi inizia quando nasciamo e non si conclude mai.



Nell'album di Caparezza, questa canzone serve a dare il via alla sua lunga prigionia, i reparti della prigione in cui è costretto a restare lo portano a esplorare un tema diverso.
Alla fine dell'album c'è un brano che chiude l'autoanalisi: "Prosopagno.. sia!", il cui messaggio sarebbe accettare il disagio e conviverci. Non significa accettare una cosa perché si sa che c'è di peggio. Ma accettarla perché è lì e non puoi evitarlo. 

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